domenica 20 agosto 2017

Sanscrito - Storia di una lingua




La recente riflessione linguistica sulla storia e l’evoluzione del sanscrito costituisce un interessante spunto di riflessione.[1] 




È noto, infatti, che l’esame del rapporto tra vedico, sanscrito e pracrito si è negli ultimi tempi estremamente complicato con il risultato di far emergere prospettive di ricerca nuove. Sheldon Pollock ha evidenziato che il sanscrito come lingua della letteratura, in contrapposizione all’uso esclusivamente liturgico della stessa, sia un evento da collocarsi in un momento ben preciso della storia indiana e coinciderebbe sostanzialmente con l’arrivo nel subcontinente di popolazioni come gli Śaka: il sanscrito acquisisce dunque una nuova dimensione solo allorché in India, a cavallo dell’era volgare, nascono compagini statali “straniere”, all’interno delle quali si avverte l’esigenza di sfruttare il prestigio e le possibilità di un mezzo linguistico fino a quel momento confinato alla dimensione religiosa e in particolare ritualistica.[2]



Anche Murray Barnson Emeneau aveva visto nel sanscrito la lingua derivata da uno dei tanti dialetti rigvedici che circolavano nell’India del nord dopo l’avvento degli ārya.[3]




Secondo Aklujkar dall’originaria lingua vedica dunque si approderebbe a una situazione sempre più eterogenea e diversificata, fino a quando le esigenze della casta brahmanica di disporre di uno strumento linguistico il meno possibile lontano dalla lingua eterna e immutabile delle saṃhitā determinarono la “confezione” di una lingua che fosse regolamentata e disciplinata attraverso un corpus di regole: la grammatica di Pāṇini non sarebbe allora nient’altro che il tentativo di stabilizzare questi processi linguistici definendo la lingua colta usata dai brahmani come appunto saṃskṛtam, strumento confezionato ad hoc per richiamarsi alla divinità della lingua vedica con tutte le ricadute “carismatiche” del caso.[4] 




Infatti, Pāṇini non parla mai di sanscrito e sembra voler offrire gli strumenti per poter ricondurre la lingua di cui tratta al vedico, modello divino di lingua dalla quale ci si allontanava visibilmente e inevitabilmente, a fronte di quella Babele del panorama linguistico a lui contemporaneo.[5]



Il Mahābhāṣya di Patañjali offrirebbe poi ulteriori strumenti a conferma di questa visione se, come vogliono alcuni, si potesse collocare più tardi rispetto al 150 a.C.: infatti, le porzioni più consistenti di kāvya si trovano proprio in Patañjali e lo spostamento di quest’autore ai primi secoli dell’era cristiana confermerebbe l’idea di Sheldon Pollock che alcun uso letterario del sanscrito è noto prima dell’arrivo degli Śaka in India.[6]



Significativamente la prima iscrizione in sanscrito, cioè in quella lingua che è stata codificata da Pāṇini e che è oggetto di discussione da parte di commentatori e grammatici successivi, è quella della dinastia Śuṅga che riporta l’aśvamedha di Dhanadeva.[7]



Ashok Aklujkar afferma che il sanscrito è il tentativo di stabilizzare una variante linguistica, quella del ceto colto brahmanico, nel momento in cui ci si rende conto del progressivo allontanarsi dal vedico delle saṃhitā, inteso come linguaggio eterno e immutabile.[8]


Possiamo dunque intendere che il sanscrito fu lingua "confezionata" nel corso del I Millennio a.C. nel tentativo di ricondurre la lingua "corrotta" a fasti del testo e della letteratura vedica? E che i brahmani fossero i depositari di questa lingua confezionata dai grammatici?

E può lo stesso meccanismo applicarsi ai rituali brahmanici da intendersi come tentativo di ricondurre la pratica rituale ai modelli del Veda?







[1] A. Drocco, “Sanscrito, pracrito e la lingua del canone jaina secondo Hemacandra”, 10 maggio 2011, Università degli Studi di Torino.
[2] Pollock 2006, pp. 72-73. Sull’evoluzione storica del sanscrito vedasi anche Pollock 2001.
[3] Parpola 1983, p. 43.
[4] Non a caso il primo uso del termine saṃskṛtam è aggettivale (Aklujkar (1996), p. 71).
[5] Aklujkar (1996), p. 72; Deshpande1993b, p. 60; Deshpande (1993)a, p. 1-16.
[6] Per i problemi relativi alla datazione di Patañjali vedasi Pollock 2006, p. 80.
[7] Pollock 2006, p. 60. Secondo Deshpande (1993)a, p. 15 la prima iscrizione a riguardo sarebbe invece quella di Rudradāman, sempre della dinastia Śuṅga. Sul rapporto tra dinastia Śuṅga e aśvamedha vedasi Chierichetti (2012), pp. 8-9.
[8] Aklujkar (1996), p. 67.

sabato 19 agosto 2017

La danza delle quattro mogli nel rituale del sacrificio del cavallo




Nel sacrificio del cavallo le quattro mogli del sacrificante, in quanto donne, sono portatrici di vitalità e i gesti che compiono lo confermano. Innanzitutto il cavallo viene sventolato: la respirazione come elemento vitale accompagna il cavallo appena ucciso.[1] 



Le mogli realizzano queste operazioni legando una parte dei capelli e lasciando libera l’altra. L’acconciatura è decisamente particolare:[2] le rappresenta volutamente come in preda a una follia estatica, una follia che mette in risalto la loro vitalità femminile.[3] 



L’azione di sventolare il cavallo viene svolta simultaneamente a un altro gesto, quello di battere le cosce con il palmo della mano. Le cosce sinistre, precisamente, vengono colpite ripetutamente. Per il valore di questo gesto si può rimandare a un famoso episodio del Mahābhārata che ha come protagonista Draupadī.[4] 




Anche in questo caso dunque sembra che si richiami apertamente un valore di vitalità, un esplicito rimando sessuale che contribuisce a donare vitalità al cavallo morto. Quest’interpretazione è quella più diffusa per questo tratto del rituale.[5] Non solo: anche nel rituale mahāvrāta compare questa significativa azione del battere: una coda di toro viene usata per far risuonare una pelle bovina stesa sopra una cavità.[6] 




I significati fecondatori di questo gesto s’intrecciano a un’altra componente del rituale, quella dello sventolare il cavallo. Lo stesso atto (dhuvana) è presente proprio nel mahāvrāta:

I am referring to the peculiar rite of “fanning” (dhuvanam), which must have become antiquated and unfashionable quite early but nevertheless is described as optional in the texts (Caland 1896, 135-140).[7]






[1] Le ragioni del rito sono piuttosto misteriose. Innanzitutto va segnalato che in questo tratto del rituale assumono un ruolo da protagonisti i soffi vitali e il respiro (ŚB 13.2.8.2 e VS 23.18). Sul collegamento tra respiro e vitalità non è necessario insistere: nella pratica dello yoga, per esempio, prāṇa e vitalità sono intimamente connessi (Carrington 1908, p. 247). In ŚB 13.2.8.4 si dice che le donne girano attorno al cavallo per fare ammenda dell’uccisione appena compiuta: nove volte ruotano attorno all’animale perchè nove sono i soffi vitali. Con l’atto dello sventolare le donne pongono dentro di sé i soffi vitali. La lettura dello Śatapathabrāhmaṇa è decisamente orientata sulla teoria dei soffi vitali: si tratta però di una connessione che appare, anche nel riferimento numerico, assolutamente costruita. In ŚB 13.2.8.5 si fa invece cenno al seminatore, stabilendo una connessione tra seme e bestiame/progenie. Il seminatore è il cavallo e il seme rimanda all’unione sessuale, quindi alla fertilità. In questo senso l’ambito di attinenza non può essere più palese. L’atto dello sventolare è collegato alla fertilità e alla vitalità. L’operazione è riportata anche da ĀŚ 20.17.13-17 (vedasi Gonda 1981a, p. 230). L’atto dello sventolare è compiuto anche nel rito del pravargya allorché l’adhvaryu, insieme al pratiprasthātṛ e all’agnīdhra, sventola il vaso con ventagli fatti di pelle d’antilope nera: l’azione viene praticata girando attorno al vaso per tre volte in senso antiorario e per tre volte in senso orario (vedansi Vesci 1985, p. 254 e Dumont 1927, p. 81). Sul ruolo delle donne nel rituale in India vedasi in particolare Chauduri 1956.
[2] L’acconciatura delle mogli del sacrificante può essere messa in connessione con quella arruffata delle Menadi nel mondo greco (Pointon 1997, p. 188).
[3] Del resto sia le apsaras indiane che le ninfe del mondo classico sono legate alla vitalità e alla fertilità (Calasso 2005, p. 21). E le Menadi sono devote a Dioniso, divinità collegata alla vitalità: la danza delle donne finiva con lo smembramento di un animale e con il consumo della carne cruda, altro tratto d’indiscutibile collegamento con la fertilità.
[4] Mostrare e battere la coscia è un gesto erotico, come illustra l’episodio del Mahābhārata in cui Duryodhana mostra a Draupadī la coscia nuda invitandola a sedervicisi (Pisani-Mishra 2002, p. 119). Altro rimando può essere l’iconografia di Maheśvara con Umā seduta sulla coscia del dio (vedasi Uma-Mahesvara, statua in basalto, Bihar, Dinastia Pala, X-XI sec., Museo d’Arte Orientale di Torino [Inp 28]).
[5] Sulla questione dell’erotismo e del ruolo delle mogli nell’aśvamedha vedansi Sur 1973 e Jain 1964; sui rituali erotici e in particolare su quest’aspetto nell’aśvamedha vedasi Pillai 1997, p. 79.
[6] Parpola 1983, p. 48.
[7] Parpola 1983, p. 50.

venerdì 18 agosto 2017

Ficus Religiosa










L’albero di Ficus Religiosa, noto anche come pippala, era già presente sui sigilli ritrovati a Mohenjo-daro, antichissimo insediamento della Civiltà della Valle dell’Indo. 

E sotto un albero di Ficus Religiosa il Buddha ottenne l’Illuminazione o il Risveglio. 
Con il legno di questa pianta (chiamata anche aśvattha) si intagliavano i pali sacrificali per gli antichi rituali.



E ancora oggi gli hindū vi compiono la circumambulazione sacra, nota come pradakṣiṇa.  


lunedì 15 maggio 2017

Yoga da ufficio




Possibile fare Yoga in ufficio?

A quanto pare sì... anche comodamente seduti alla scrivania....




Yoga deriva dalla radice sanscrita yuj che significa "aggiogare"...

 I sensi sono i cavalli, gli oggetti dei sensi sono quelli che vi corrono dietro dice la Kaṭha Upaniṣad (III.4).



Ma Yoga è anche una via di realizzazione ben espressa dalla Bhagavadgītā




"Mediante questa [conoscenza] tu vedrai tutti gli esseri, tutti, senza eccezione, nel Sé, cioè in me".






La via dello Yoga è pratica continua e costante, nella quotidianità innanzitutto.






domenica 7 maggio 2017

Anniversario Nascita di Tagore

Il 7 maggio 1861 nasceva a Calcutta Rabindranath Tagore, santo, poeta e uno dei padri dell'India libera, indipendente e moderna.

Chi sei tu, lettore che leggi
le mie parole tra un centinaio d'anni?
Non posso inviarti un solo fiore
della ricchezza di questa primavera,
una sola striatura d'oro
delle nubi lontane.
Apri le porte e guardati intorno.
Dal tuo giardino in fiore cogli
i ricordi fragranti dei fiori svaniti
un centinaio d'anno fa.
Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire
la gioia vivente che cantò
in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta
attraverso un centinaio d'anni.


domenica 16 aprile 2017

Grammatiche di sanscrito in Italiano

GRAMMATICHE DI SANSCRITO IN ITALIANO


Carlo della Casa, Corso di sanscrito. Grammatica, esercizi, brani scelti, vocabolario, Unicopli



L'ottima grammatica di Della Casa sulla quale hanno studiato decine di studenti italiani: grammatica descrittiva, più utile come materiale di consultazione che come vero e proprio percorso di apprendimento. Senza seguire un corso non è facilmente utilizzabile. Non consente di graduare l'apprendimento. Interessante la sezione di esercizi, specie per i principianti.



Saverio Sani,  Grammatica sanscrita, Giardini



La proposta grammaticale di Saverio Sani è interessante per le note di grammatica storica e per i riferimenti al vedico. Grammatica descrittiva e senza esercizi. Non facile il reperimento. Pregevole l'estetica.


Ashok Aklujkar, Corso di sanscrito, Hoepli (ed. italiana a cura di R. Torella e C. Mastrangelo), Hoepli



Ottima soluzione quella scelta da Raffaele Torella: si tratta di un adattamento della grammatica sanscrita di Aklujkar allo studente italiano. Lavoro pregiatissimo e preziosissimo svolto da Raffaele Torella e Carmela Mastrangelo. Finalmente a disposizione dello studente italiano una grammatica prescrittiva e graduata con decine di esercizi, brani, frasi. Ottimo il glossario e le indicazioni per la traduzione, la sintassi dei casi, le particolarità e le espressioni idiomatiche. Uscita nel 2012 è corredata da CD audio utilissimi per la pronuncia e la fonetica in generale.


Utilissimi i dizionari di sanscrito-italiano


Il dizionario a cura di Saverio Sani ed Irma Piovano rappresenta un'opera straordinaria. Il Dizionario è frutto di un lavoro pluriennale organizzato da un Comitato scientifico-editoriale, appositamente costituito nel 1999, e al quale hanno partecipato équipe di schedatori appartenenti a varie università italiane. I dati lessicali sono via via confluiti nella banca dati del Dipartimento di Linguistica dell'Università degli Studi di Pisa che, sotto la direzione di Saverio Sani, ha svolto la funzione di centro di raccolta delle schede, organizzazione lessicale informatizzata ed elaborazione delle voci. 


Piccolo ma ben fatto il dizionario curato da Tiziana Pontillo ed edito da Vallardi: tascabile, utilissimo e a buon prezzo.


venerdì 14 aprile 2017

Il sanscrito si può imparare anche online!







La retta visione del mondo,la retta conoscenza e il retto comportamento, uniti insieme, costituiscono il sentiero della liberazione.

Harinaigameshin Brings the Embryo of Jina Mahavira to Queen Trishala, Folio from a Kalpasutra (Book of Sacred Precepts)India, Rajasthan, Sirohi, mid-17th century
Manuscripts
Opaque watercolor and ink on paper
From the Nasli and Alice Heeramaneck Collection, Museum Associates Purchase (M.71.1.18)

martedì 18 agosto 2015

Il dio Kṛṣṇa - Krishna

Kṛṣṇa, letteralmente “lo scuro” è figura già citata nel Veda ma assume i contorni di una divinità propria solo a cavallo dell’era volgare nella corrente dei Bhagavat che pone appunto Kṛṣṇa al centro della devozione (il testo fondamentale è infatti il Bhāgavata Purāṇa).


Il nome di Kṛṣṇa è già citato nella Chāndogya Upaniṣad ma è nel Mahābhārata, il grande poema indiano che narra della lotta tra i Paṇḍava e i Kaurava, due stirpi di cugini in guerra per il dominio imperiale, che Kṛṣṇa assume un ruolo davvero preminente: nel poema Kṛṣṇa è figlio di Vasudeva e Devakī. La sua nascita avverrebbe a Mathurā dove governa il tiranno Kaṃsa, zio del piccolo Kṛṣṇa. Saputo da una predizione che sarebbe stato ucciso per mano di un nipote, Kaṃsa fa uccidere tutti i figli di Devakī, sua cugina.

La vicenda non può non essere accostata al mito romano di Rea Silvia che partorisce i gemelli di nascosto e li affida alle correnti del Tevere per sottrarli alla furia del tiranno usurpatore, nonché zio, Amulio.

Il settimo figlio di Devakī, Balarāma viene magicamente trasferito nel grembo di Rohinī e Devakī è imprigionata. Rimane incinta nonostante l’isolamento grazie a un capello nero di Viṣṇu. Per questo Kṛṣṇa nasce appunto con colorito scuro mentre Balarāma è solitamente rappresentato di colorito chiaro.


Anche questa vicenda può non accostarsi a un episodio della mitologia classica, quando Zeus seduce Danae trasformandosi in pioggia d’oro per superare le barriere fisiche della prigione in cui Acrisio, tiranno di Argo e padre della stessa Danae, aveva rinchiuso la figlia dopo aver saputo, tramite profezia, che sarebbe stato ucciso dal nipote (cioè Perseo).

Kṛṣṇa cresce affidato a due pastori (anche qui si ravvisa un significativo accostamento con la vicenda di Romolo e Remo trovati dai pastori Faustolo e Acca Larenzia) di nome Nanda e Yaśodā.

Kṛṣṇa cresce nella quiete agreste e pastorale insieme alle gopī, pastorelle innamorate di lui, tra le quali spicca Rādhā. Fin da piccolo Kṛṣṇa deve però affrontare una serie di pericoli: il tiranno zio Kaṃsa infatti continua ad attentare alla sua vita. Kṛṣṇa affronta una serie di prove che ricordano le fatiche di Ercole (e infatti gli antichi Greci al seguito di Alessandro Magno accostarono proprio la figura di Eracle a quella di Kṛṣṇa).
Kṛṣṇa trascorre le giornate vagando per le foreste e i pascoli, suonando il caratteristico flauto dolce (che ci ricorda Pan) e giocando all’amore con le gopī.


Durante la lotta tra Pāṇḍava e Kaurava narrata nel Mahābhārata Kṛṣṇa si schiera coi cinque Pāṇḍava e offre loro il suo aiuto, fatto di consigli anche scaltri e subdoli.
Celebre è l’episodio in cui Kṛṣṇa, auriga dell’eroe Arjuna, proprio nel momento della battaglia finale di Kurukṣetra, consola e istruisce Arjuna sul comportamento da tenere in battaglia: è la celebre Bhagavad-gītā, il Canto del Beato, in cui Kṛṣṇa si rileva ad Arjuna come dio supremo.


Questo testo, tradotto in inglese già a fine Settecento, ha rappresentato e continua a rappresentare una pietra miliare della spiritualità indiana.
Databile forse intorno al III sec. a.C., fu la base sulla quale costruire una nuova sfumatura religiosa, quella appunto della devozione Bhagavata con al centro proprio la figura di Kṛṣṇa come Beato Signore legato agli uomini da un reciproco amore che usò il linguaggio dell’erotismo per esprimersi. Pensiamo solo al Gītā-govinda, il celebre testo di Jayadeva redatto nel XII sec. che esprime l’amore tra dio e devoto nei termini del sentimento erotico.
Al termine della battaglia di Kurukṣetra Kṛṣṇa si ritira nella foresta e lì muore trafitto al tallone da una freccia (interessante il rimando alla vicenda di Achille) scagliata da un cacciatore dopo che lo stesso Kṛṣṇa si era steso per terra ad attendere la morte.
Secondo il mito la morte di Kṛṣṇa, avvenuta il 18 febbraio del 3102 a.C.,  sancisce l’inizio del Kali yuga, l’ultima era del mondo.


Nei primi secoli dell’era volgare Kṛṣṇa cominciò a essere considerato un avatāra di Viṣṇu: con tutta probabilità questo passaggio avvenne nell’epoca Gupta quando il dio Viṣṇu assunse una dimensione cultuale prevalente e si tentò in qualche modo di accogliere nel pantheon figure divine precedenti facendole diventare manifestazioni del dio supremo Viṣṇu.
Kṛṣṇa è con tutta probabilità una divinità antichissima e autoctona che venne poi assorbita nel culto vaiṣṇava ma che rimane a tutt’oggi una delle figure più intense e potenti del pantheon hindū.




sabato 20 settembre 2014

Danzare come gli Hindu in Italia: integrazione






In Italia è ormai molto diffusa la pratica di attività coreutiche provenienti dal subcontinente indiano.
Queste tradizioni sono molteplici e la storia della danza e del teatro in India è estremamente complessa.
Raccogliamo qui un elenco di siti attraverso i quali avvicinarsi a questa importante tradizione culturale.






Il sito di Antonella Usai, tra le più grandi interpreti di Bharatanatyam (e non solo) in Occidente: apprezzatissima anche in India, Antonella Usai unisce una solida formazione di danza classica e moderna alla grande competenza in ambito teorico e pratico relativamente alle culture coreutiche indiane.  l'Associazione Nad è nata nel 1998 ed è animata oltre che da Antonella Usai anche da Elena Picco e Roberta Cipriani. E' un laboratorio di creatività a tutto tondo che sperimenta e propone ogni anno un ricchissimo menu di attività. Oltre al Bharatanatyam vengono proposti corsi di yoga e seminari di vario tipo dedicati alla danza moderna e alla cultura coreutica di Bollywood.







L'Associazione "Sagome Teatro" annovera tra le sue collaboratrici Lucrezia Maniscotti che da anni fa conoscere in Italia la tradizione della danza indiana Bharatanatyam. Le proposte culturali di Lucrezia Maniscotti uniscono un costante perfezionismo tecnico ed espressivo a grandi conoscenze teoriche: ha studiato e danzato in India ottenendo grandi riconoscimenti. Interessantissima la proposta di Bharatanatyam per bambini!







Il nome dice già tutto: Haru Kugo è una delle più famose interpreti di danza Bharatanatyam in Italia. Celebre in tutta Europa, Haru Kugo viene dalla scuola di Monica Gallarate ma ha poi proseguito nello studio e nella pratica in India e vanta uno dei curriculum più straordinari tra gli interpreti contemporanei. Svolge attività e performance in tutta Italia: ospite fissa di manifestazioni, associazioni e festival, Haru Kugo si rivela come una delle più talentuose interpreti di Bharatanatyam in Italia.







Jaya è un'associazione recente che però si segnala per un'attività unica non solo in merito alla danza Bharatanatyam, ma anche per lo Yoga, la musico-terapia, etc. Giuditta de Concini, che anima i corsi dedicati alla danza, ha studiato a lungo in India e ha partecipato a numerosissime iniziative di diffusione della cultura indiana in Italia. Interessanti anche le proposte di Yoga, specie lo Yoga Kundalini e lo Yoga Sivananda.







Progetto curato da Marcella Bassanesi: in collaborazione con l'Ufficio Indiano del Turismo e alcune tre le più importanti università italiane, Apsaras riunisce danzatori, attori e musicisti e propone un ricco calendario di spettacoli e di attività di formazione.







Interessante proposta di danze "gyspy" del Rajasthan e non solo.  Corsi a Milano e a Palermo.







Per gli amanti di Bollywood! Valentina Manduchi propone questa particolarissima e coloratissima esperienza agli appassionati italiani.








Sul blog di Daria Mascotto una serie di informazioni sul progetto Kishkindha, che mette insieme Yoga e danze dell'India.




L'associazione Gamaka opera a livello nazionale e si segnala soprattutto per l'organizzazione del festival Natyakala (http://natyakala-ve.blogspot.it/) pregevole rassegna sulla tradizioni musicali e teatrali dell'India.




Danzatrice di solida e pregiata formazione, Marianna Biadene ha studiato a lungo Bharata Natyam in India con maestri del calibro di Savitri Nair e C.V. Chandrasekhar. Alle attività di danzatrice e insegnante unisce la prestigiosa direzione artistica del festival Natyakala.




Swamini Atmananda Giri tiene lezioni di danza presso il celebre monastero hindu di Altare (SV): http://www.ashramgita.com/




A Torino è attiva l'unica scuola di danza kuchipudi in Italia.




SITI DIDATTICI E INFORMATIVI




Sito a tutto tondo dedicato alle danze originarie del subcontinente