sabato 19 agosto 2017

La danza delle quattro mogli nel rituale del sacrificio del cavallo




Nel sacrificio del cavallo le quattro mogli del sacrificante, in quanto donne, sono portatrici di vitalità e i gesti che compiono lo confermano. Innanzitutto il cavallo viene sventolato: la respirazione come elemento vitale accompagna il cavallo appena ucciso.[1] 



Le mogli realizzano queste operazioni legando una parte dei capelli e lasciando libera l’altra. L’acconciatura è decisamente particolare:[2] le rappresenta volutamente come in preda a una follia estatica, una follia che mette in risalto la loro vitalità femminile.[3] 



L’azione di sventolare il cavallo viene svolta simultaneamente a un altro gesto, quello di battere le cosce con il palmo della mano. Le cosce sinistre, precisamente, vengono colpite ripetutamente. Per il valore di questo gesto si può rimandare a un famoso episodio del Mahābhārata che ha come protagonista Draupadī.[4] 




Anche in questo caso dunque sembra che si richiami apertamente un valore di vitalità, un esplicito rimando sessuale che contribuisce a donare vitalità al cavallo morto. Quest’interpretazione è quella più diffusa per questo tratto del rituale.[5] Non solo: anche nel rituale mahāvrāta compare questa significativa azione del battere: una coda di toro viene usata per far risuonare una pelle bovina stesa sopra una cavità.[6] 




I significati fecondatori di questo gesto s’intrecciano a un’altra componente del rituale, quella dello sventolare il cavallo. Lo stesso atto (dhuvana) è presente proprio nel mahāvrāta:

I am referring to the peculiar rite of “fanning” (dhuvanam), which must have become antiquated and unfashionable quite early but nevertheless is described as optional in the texts (Caland 1896, 135-140).[7]






[1] Le ragioni del rito sono piuttosto misteriose. Innanzitutto va segnalato che in questo tratto del rituale assumono un ruolo da protagonisti i soffi vitali e il respiro (ŚB 13.2.8.2 e VS 23.18). Sul collegamento tra respiro e vitalità non è necessario insistere: nella pratica dello yoga, per esempio, prāṇa e vitalità sono intimamente connessi (Carrington 1908, p. 247). In ŚB 13.2.8.4 si dice che le donne girano attorno al cavallo per fare ammenda dell’uccisione appena compiuta: nove volte ruotano attorno all’animale perchè nove sono i soffi vitali. Con l’atto dello sventolare le donne pongono dentro di sé i soffi vitali. La lettura dello Śatapathabrāhmaṇa è decisamente orientata sulla teoria dei soffi vitali: si tratta però di una connessione che appare, anche nel riferimento numerico, assolutamente costruita. In ŚB 13.2.8.5 si fa invece cenno al seminatore, stabilendo una connessione tra seme e bestiame/progenie. Il seminatore è il cavallo e il seme rimanda all’unione sessuale, quindi alla fertilità. In questo senso l’ambito di attinenza non può essere più palese. L’atto dello sventolare è collegato alla fertilità e alla vitalità. L’operazione è riportata anche da ĀŚ 20.17.13-17 (vedasi Gonda 1981a, p. 230). L’atto dello sventolare è compiuto anche nel rito del pravargya allorché l’adhvaryu, insieme al pratiprasthātṛ e all’agnīdhra, sventola il vaso con ventagli fatti di pelle d’antilope nera: l’azione viene praticata girando attorno al vaso per tre volte in senso antiorario e per tre volte in senso orario (vedansi Vesci 1985, p. 254 e Dumont 1927, p. 81). Sul ruolo delle donne nel rituale in India vedasi in particolare Chauduri 1956.
[2] L’acconciatura delle mogli del sacrificante può essere messa in connessione con quella arruffata delle Menadi nel mondo greco (Pointon 1997, p. 188).
[3] Del resto sia le apsaras indiane che le ninfe del mondo classico sono legate alla vitalità e alla fertilità (Calasso 2005, p. 21). E le Menadi sono devote a Dioniso, divinità collegata alla vitalità: la danza delle donne finiva con lo smembramento di un animale e con il consumo della carne cruda, altro tratto d’indiscutibile collegamento con la fertilità.
[4] Mostrare e battere la coscia è un gesto erotico, come illustra l’episodio del Mahābhārata in cui Duryodhana mostra a Draupadī la coscia nuda invitandola a sedervicisi (Pisani-Mishra 2002, p. 119). Altro rimando può essere l’iconografia di Maheśvara con Umā seduta sulla coscia del dio (vedasi Uma-Mahesvara, statua in basalto, Bihar, Dinastia Pala, X-XI sec., Museo d’Arte Orientale di Torino [Inp 28]).
[5] Sulla questione dell’erotismo e del ruolo delle mogli nell’aśvamedha vedansi Sur 1973 e Jain 1964; sui rituali erotici e in particolare su quest’aspetto nell’aśvamedha vedasi Pillai 1997, p. 79.
[6] Parpola 1983, p. 48.
[7] Parpola 1983, p. 50.

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